Il vento, la neve, i temporali o l’uomo: chi fa cadere gli alberi?

2018-10-03T16:45:38+02:00

Un recente articolo pubblicato sul Periodico Comunale “VERGIATE”

Chi fa cadere gli alberi?

Ho sempre ritenuto Vergiate un paese molto interessante dal punto di vista paesaggistico. Spesso, mi capita di passeggiare per il paese e osservare il paesaggio che ci circonda e come sia ben integrato con l’urbanizzato grazie al verde privato. Il forte vento di aprile, le nevicate invernali e i temporali estivi sempre più intensi creano grosse problematiche dovute alla caduta di alberi.

Per questo, mi sento in dovere di dire la mia su questo tema, a me caro: la stabilità degli alberi (con la sola ambizione di fornire qualche spunto di riflessione). 

Ad una prima analisi si potrebbe facilmente rispondere alla domanda che dà titolo all’articolo dicendo “Certo che sono gli eventi metereologici a far cadere le piante, col sole le piante non cadono”. A mio avviso, sicuramente gli eventi metereologici sono la causa scatenante del cedimento dell’albero, ma la caduta di un albero, di un ramo o la sua improvvisa inclinazione può avere cause ben differenti. Lo studio della propensione al cedimento di un albero e la valutazione della sua pericolosità rientra in un processo analitico definito “Analisi di Stabilità”.

Per una corretta Analisi occorre tenere presente che gli alberi sono biologicamente programmati per “perdere dei pezzi”, per cariarsi, per schiantarsi. Pensare che un essere vivente possa perdere volontariamente delle parti può sembrarci un’assurdità, ma bisogna considerare che l’obiettivo principale di un albero è quello di sopravvivere e riprodursi. Inoltre deve adattarsi il più possibile all’ambiente nel quale cresce (non potendosi spostare) e cercare di sfruttare al meglio le risorse disponibili. Oltre a questo, gli alberi attuano processi di autorigenerazione (che possono durare secoli), mediante i quali arrivano a collassare per “rinascere” e ringiovanirsi.

Tutti questi processi fisiologici sono ancor più amplificati in ambiente urbano, dove spesso l’albero subisce degli effetti combinati. Effetti quali inquinamento, danni agli apparati radicali (magari per il passaggio della nuova fognatura, del gas o di cavi), potature selvagge e una riduzione dello spazio di accrescimento delle radici a seguito di asfaltature ed impermeabilizzazioni.

La gestione di questi processi fisiologici diventa un problema (per l’uomo, non per la pianta!) in quanto, avendo le piante “un’aspettativa di vita” molto superiore alla nostra, spesso ci capita di  trattare piante che presentano problematiche significative. Il vero problema è la compatibilità dei processi di autorigenerazione con le attività dell’uomo. Conveniamo dunque che la caduta di rami o lo schianto di piante in ambito urbano rappresenta un tema serio e non trascurabile, appellandoci al fatto che “l’albero è programmato per perdere dei pezzi”.

La gestione degli alberi in città è di fondamentale importanza per diversi aspetti:

  • Le piante in città sono indispensabili per la mitigazione del caldo e dell’inquinamento;
  • Gli alberi hanno un’elevatissima valenza paesaggistica;
  • Le piante contribuiscono alla riduzione dello stress e ci fanno stare meglio (spesso una passeggiata nel verde permette di rigenerarsi);

Oltre a questi fattori positivi, bisogna considerare che, se mal gestiti, i soggetti arborei possono divenire un importante fattore di rischio per le persone; spesso siamo noi stessi ad incrementare la propensione al cedimento degli alberi (anche inconsciamente). 

Come “favoriamo” il cedimento di un albero?

  • Mettendo a dimora specie non adattate al nostro clima che non sviluppano al meglio le loro “potenzialità strutturali” (Cedro del Libano – Cipresso dell’Arizona – Abete del Colorado – Acacia di Costantinopoli – ecc…). Possiamo intuire, per esempio, che una pianta tropicale sopporterà molto peggio i carichi nevosi rispetto ad una pianta che nei secoli si è adattata ad essere ricoperta da neve;
  • Piantumazione in aree dove gli apparati radicali e fotosintetici non possono svilupparsi adeguatamente (vicino a manufatti, muri, edifici, aree asfaltate ecc…);
  • Interventi manutentivi poco attenti (scavi per tubazioni che recidono le radici, impermeabilizzazione dell’area occupata dalle radici, ecc… ricordando che per essere vitali le radici hanno bisogno di ossigeno e che apparati radicali compromessi sono una delle principali cause di schianto);
  • Mediante potature “criminali”.

Tutto quanto scritto finora per arrivare a quest’ultimo punto: le potature e gli interventi dell’uomo.

Girando per Vergiate, paese che amo, molto (troppo) spesso, mi imbatto in piante che vengono letteralmente massacrate – passatemi il termine che non vuole essere offensivo verso chi ha effettuato l’intervento, ma vuole fornire uno spunto di riflessione sul come eseguire interventi di riduzione del rischio, nell’osservanza della fisiologia vegetale – da interventi cesori a dir poco sconsiderati.

Vorrei soffermare la nostra attenzione sul fatto che interventi fisiologicamente scorretti non solo sono “brutti” dal punto di vista paesaggistico, ma anche deleteri per la pianta e possono potenzialmente metterci in pericolo.

Bisogna considerare che, talvolta, anche giardinieri ed arboricoltori esperti cadono nella tentazione di “dare una ranzata” alle piante per far contenti i committenti, che spesso associano l’altezza della pianta alla pericolosità (non è vero che una pianta alta è pericolosa: un soggetto arboreo è potenzialmente pericoloso quando ci sono altri fattori in gioco quali funghi, scavi che compromettono l’apparato radicale ecc. . L’altezza di per sé non è un problema: se la pianta è in salute, è pienamente in grado di gestire sia l’altezza sia le sollecitazioni esterne senza il nostro aiuto).

Piante potate drasticamente NON SONO PIÙ SICURE, soprattutto le conifere che presentano una scarsa capacità di risposta ai tagli. Potature molto drastiche mandano letteralmente in crisi il sistema ormonale della pianta, oltre a favorire l’attacco di patogeni quali funghi agenti di carie del legno. Nonostante quello che si pensi, le piante hanno un sistema ormonale molto complesso che regola molti processi vitali: dalla caduta delle foglie allo sviluppo di rami o radici. In sintesi, si può stimare che potature che asportano più del 20% del volume chioma in un solo intervento sono sicuramente dannose (un assioma del buon arboricoltore è che una buona potatura non si vede!). Potature intense portano la pianta a dirsi: <<Oddio! Mi mancano le foglie e senza le foglie non posso produrre energia! Avviso a tutte alle gemme rimaste: svilupparsi e produrre più foglie possibili!>> (non so se esattamente con queste parole). Frutto di questa improvvisa modificazione ormonale, tipicamente nelle latifoglie, è lo sviluppo di rami strutturalmente deboli nei posti più disparati (dalle radici, al tronco, al colletto). Da sottolineare è che i rami che si svilupperanno da queste gemme “che si risvegliano di soprassalto”, saranno strutturalmente molto più deboli perché prodotti durante uno stato di emergenza.

Risultato della potatura drastica nell’ipotesi più rosea: pianta che in pochi anni ritorna alla forma che aveva prima della potatura, ma strutturalmente molto più debole e con rami che si rompono più facilmente. Se più sfortunati, la pianta potata drasticamente verrà attaccata da patogeni che la condurranno alla morte o, peggio ancora, al cedimento.

Quindi: le piante che cadono in ambito urbano a seguito dei venti forti o dei temporali estivi sono forse influenzate dalle nostre errate cure gestionali?

Sicuramente sì, almeno in parte.

Una componente di imprevedibilità e di rischio c’è, ci sarà sempre ed è intrinseca nelle piante, chiunque possiede un albero DEVE essere cosciente che una, seppur minima, componente di rischio associato alla presenza della pianta c’è. Detto questo, sono fermamente convinto che molte delle piante che cadono, si rompono o “perdono pezzi” improvvisamente lo fanno anche per colpa nostra che, con errati interventi gestionali, acceleriamo l’invecchiamento della pianta ed i suoi processi fisiologici di senescenza.

Concludo permettendomi di ricordare che la responsabilità sia civile sia penale dei danni causati dalle piante – dalla caduta delle pigne, passando per i rami ed arrivando allo schianto dell’intera pianta – è dei “Custodi degli immobili” (proprietario, affittuario, ecc… – Artt. 2043 e 2051 del Codice Civile). Questo salvo che si provi il caso fortuito o l’eccezionalità dell’evento, ma comunque LA SOLUZIONE NON È SEMPRE E SOLO L’ABBATTIMENTO: ogni pianta ha una storia a sé che può essere approfondita e studiata da tecnici in grado di valutarne lo stato di salute ed individuare le più idonee strategie di riduzione dei rischi associati alla presenza delle piante.

Gli alberi sono una risorsa fondamentale per la vita, per il paesaggio e soprattutto per la nostra qualità di vita; abbiamo il dovere di preservarli il più possibile senza rinunciare alla nostra sicurezza.

Puoi scaricare il PDF dell’articolo qui.

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